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Titolo del temino
La nuova “giovinezza” de Mayuyu co la coda de cavallo

Svolgimento
ma chi se la incula l’italia pe na coppetta del cazzo quando posso spamma’ mayuyu like there’s no tomorrow!
che na volta tanto se diverte a gira’ un video, e poi le trombette, i pattern a scacchi, l’allegria, le scimmie, i corni degli anni 80 anziché del ‘700, i vestiti da majokko tanto grazzzziosi, st’incurabile indistinzione tra la R e la L e tutto il pappala pappala pappappala!
E lasciatela fa’ sta pischelletta!
Che lei lo vole sto number 1 nelle Akb48 ma poi c’è sempre qualche casino e finisce a rosica’!
Fatela canta’ da sola che quello j’ariesce!
Fatejelo gira’ un video allegro! che vedi che je viene?!
essù! fatela move in sciortezza! che se sa che a Mayu de balla’ nun è che je riesca proprio proprio da paura

E così caruccia che je risparmiamo pure del facile umorismo su quanto se trovi bene co na tromba in mano!

E fattela sta sonata Mayù! e daccelo sto bacetto no?!

Conclusione
DIOPORCO

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Io vabbè.. che me piacciono i Cartoni Animati se sa.

Non sto a parla’ degli Anime e dei Manga.. cioè quelli pure se sa che me piacciono. Però è robba seriaaahhh.
Qui parlo di un amore che si estende anche solo banalmente ai Cartoni Animati, limitatamente a quella dimensione infantile di concepire l’animazione giapponese/altri brutti cartoni animati ammerecani, un po’ nostalgica un po’ goliardica un po’ “oddio stamo a parla’ de Cartoni Animati, se fatta na certa la serata è finita”.

In questa accezione il Cartone Animato era quello che iniziava alle 4 e finiva alle 6 e poi c’era Ok il prezzo è giusto oppure quello in cui la virilità di Ken il guerriero era rovinata dalla Buonanotte di Sonia, quello censurato, quello che urlavi “nonnaaaaa che c’è scrittooooo???!!!” quando appariva il titolo,  quello che le Olimpiadi erano solo Seul ’88, quello che i Cavalieri del Re se facevano sempre 4 risate alla fine delle sigle n’s’è mai capito perché.

Il tuo mondo era 2d. Ed eri innamorata di Johnny e Godai, non di Kyosuke e Yusaku.

Una cosa apparteneva a questo modo di concepire i Cartoni Animati: Niente paura c’è Alfred.

Un cartone fondamentalmente triste dai. Anziché morirgli la madre come in tutti i cartoni giapponesi, gli muore direttamente tutta la famiglia nei primi 7 minuti ….schiacciata da un’auto.
Un cartone, tuttavia, dalla sigla coinvolgente e pregna di significato. Forse più de Il libro della giunga che coi quei suoni finto-africani ti sballava completamente.
Un testo che era un po’ la summa di tutte quelle parole chiave delle sigle di Cristina, mirate a crearci un’aspettativa enorme del futuro, ovviamente disattesa, tra le quali mi sento di ricordare il verbo esortativo/incoraggiante “RIUSCIRAI”.
Questa sigla parlava di un papero Alfred che mi avrebbe accompagnato tutta la vita e insegnato il cammino.
Una tenera chitarrina elettrica scandiva il cantato.
L’amicizia sempre risplenderà, la giustizia tutto illuminerà, tutto quanto migliore sarà.

Cioè mi sembra chiaro che Alfred ci abbia abbandonati da lungo tempo.

Ora. Io non vorrei polemizzare. Cresci e quando cresci i noiosoni ti dicono che non puoi pretendere che l’angioletto custode Alfred ti sia sempre vicino, ci sono altri bambini da proteggere e accompagnare verso l’inf…erno ed oltre.
E vabbè. Ci sto.
Me c’avevi fatto crede ma comunque ci sto, vabbè.

PERO’! però..
Proprio ieri ho scoperto che Alfred non appartiene solo al mondo dei Cartoni Animati in quell’accezione di cui vi ho parlato prima.
Ha proprio una sua dignità di Anime! dei creatori! dei disegnatori! un anno di uscita! un suo nome originale!
Che udite udite, è 約束だよ!(Yakusoku dayo!)
Che in soldoni vuol dire.. E’ una promessa!

Con tanto di “yo” e di punto esclamativo porcocazzo! Cioè me lo stai proprio a promette! Me lo stai affermando con certissima sicurezza e me lo enfatizzi pure che è na promessa!

Indipercui, diocane,
dove cazzo saresti finito Alfred?!

Niente paura niente paura stocazzo!

ps vi consiglio di non leggere i commenti al video (ma ai video dei cartoni animati in generale) se tante volte andate a vedervelo su iutub. è da darsi delle mannaiate sui coglioni con i soliti “Ma i bimbi di oggi con che cartoni stanno crescendo?? Che tristezza!!”. Usano più punti esclamativi dei Grillini nei loro proclami. Nostalgia ma con ritegno perdincibacco!

今日も一日論文書き…最悪だ

che bel sogno che ho fatto. molto semplice. mi incazzavo come sempre. nessuno capiva come sempre. però qualcuno sì.
c’era la cucina di casa mia, una recita scolastica che era andata male e ci era dato la possibilità di rifare e una specie di fontana con tutti noi seduti intorno sui gradoni. c’era l’Ungheria per qualche motivo.. ahah
Era un sogno primi anni 2000, ma io ero la me stessa di ora perché piangevo! e io non piangevo  mai intorno al 2000!
poi un’amica che era la somma di tutte le mie amiche di sempre ed era più ragazzina di me, aveva dei codini, mi abbracciava e sentivo il suo orecchio e i capelli sulla guancia, una bella sensazione.
era una persona giovane, ma sentivo da parte sua comprensione molto profonda. niente a che vedere con la realtà. forse c’è solo una persona che sa darmi quella comprensione oggi. il resto è vita che scorre senza riflettere.
nel sogno piangendo e assaporando il momento chiudo gli occhi , li apro nella realtà.

今日を生きよう

Oggi per dio ho riscritto 16 volte lo stesso paragrafo della tesi.
Non mi sembra sano!
Ad ogni modo direi che qualcosa perlomeno sto buttando giù.
Nel consigliare film ad un’amica mi sono imbattuta per l’ennesima volta nel trailer di quello che a buon ragione può definirsi uno dei miei film preferiti.
Questo film rappresenta uno dei filtri attraverso i quali ho visto il mondo. E’ fumettistico, è musicale, è polemico, è nerd.

Per stasera stop, vado sbragarmi.
oi!
BAI BAI!

そのビデオを見たとき、可愛いだけではなく、きれいなのだと思って、 なんか感動しちゃったな。
ミュージック のせいかも…わからない。

だけど、胸がぎゅーとした。

変な気持ち感じちゃった。

きれい。

わたしはまだ若いけど、このビデオを見ると将来にビデオの彼女のような娘が欲しいなあと思った。。。

そんな感じ

じゃ

Sta giornata in quanto a merda ha vinto a mani basse.
Mi auguro le cose si mettano meglio di così, o la mia tanto declamata affermazione “La vita è na merda” non basterà più ad esprimerne le amarezze.
Fatemi scappare di qui, vi prego spiritelli della maglietta rubata.

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Ciao.

I motivi per tornare a scrivere su un blog sono tanti. Uno su tutti l’arrivo dell’estate. Al contrario del 90% della gente, o perlomeno di quel 90% di gente creata dalla mia fervida immaginazione rompiballe, l’estate mi fa riflettere e filosofeggiare. La premessa necessaria è la più o meno forzata reclusione in casa, alla quale sono costretta ormai da anni, per portare a termine lo sforzo della sessione estiva di esami. Ma perchè di tutte le fasi di studio dell’anno, proprio in quella estiva mi ritrovo a cercare in tutti i modi di perdere tempo e non studiare facendo le ore piccole pensando, viaggiando con la mente, deprimendomi, ascoltando belle canzoni, riviaggiando con la mente, riempiendomi di felicità per poi tornare a pag. 165 su 346 e rendermi conto che avrei dovuto leggere almeno fino al capitolo il Disordine Bipolare anzichè far finta di saper riportare le mie emozioni su un file di testo visualizzato su un computer dal minuscolo monitor di 7”? Ho il fiatone.
La domanda me la sono persa per strada ma il nocciolo del discorso è perchè ogni estate mi sembra di pensare al mondo che è dentro di me e a quello che è sopra di me con maggiore profondità e sensibilità?

Penso di averne capito la causa dopo anni di ragionamenti. Le finestre aperte. Con serranda abbassata o alzata, non importa. Dalla finestra aperta infatti entrano un numero così alto di rumori, voci, silenzi non silenziosi, echi, borbottii… che trovo particolarmente stimolanti. L’inverno tutto questo è impossibile, perchè le finestre devono star chiuse per il freddo (a parte nei giorni di pioggia… si fa uno strappo alla regola per un po’ di sano sgoccolio). Invece in giugno si aprono e anche se sei a casa per i tuoi cazzo di motivi qualsiasi, sei un po’ anche in giro, a passeggio per la periferia di Roma e sull’aereo della Ryan Air che sta atterrando o sul motorino di due 17enni senza pensieri che domani andranno al mare. Tutti questi stimoli mi danno tanto da pensare e tanto da perdere tempo. Vorrei essere onnipresente ed essere tutti questi suoni, tute queste vite, tutte le estati di tutta questa gente, tutti questi alberi e questi lampioni che da anni ormai producono assordanti ronzii ma il Comune di Roma non vuol proprio ripararli.

Sembro un po’ scema ora. Quando le scrivi le cose, anche quelle che ti sembravano avere più intelligentemente senso, tradiscono in realtà quel retro gusto di cazzata infantile che ti lascia disarmata.

Se devo dirla tutta oggi la voglia di scrivere m’è venuta perchè ho ripensato a dieci anni fa. Alla mia vita di dieci anni fa. Ora è molto cool essere nerd, smart is the new sexy recita lo slogan di un telefilm molto in voga e che ha catturato anche la mia preziosissima attenzione ovvero the Big Bang Theory.
Però io dieci anni fa ero nerd ma la parola nerd non la conoscevo. Forse in Italia non esisteva ancora. Ero nerd quando piangevo in gita, la notte perchè mi sentivo sola. A canneto. Che incubo. Lottare contro la propria timidezza, nel tentativo di farsi accettare da due neo-amiche che non ci pensavano proprio al tuo disagio, nonchè da un gruppo di ben assestate ragazzine-amichette provenienti dalle stesse medie inferiori con le quali non avevi il benchè minimo contenuto da condividere. O almeno credevi così fosse. E avevo scelto il letto sbagliato, quello poco strategicamente piazzato. Vicino a quelle un po’ messe da parte. Io le ricordo queste cose e ricordo quando ero amaramente infelice di essere felice quando ci imponevano di fare delle cose: lavare i bagni del convento, cucinare, organizzare giochi. Cose che normalmente avrei odiato, ma che in quelle situazioni mi davano sicurezza, la sicurezza che altre due ore sarebbero passate senza che dovessi inventarmi che cosa fare, che dovessi cercare i miei unici amici maschi per tutto l’edificio, che dovessi far finta di non provare miseria per la mia energia sprecata dall’incapacità di relazionarmi con persone che non riuscivo a capire. Non sono mai stata una reietta, perchè ho saputo difendermi, mascherarmi a volte. Ma era triste intorno ai 13 anni non avere più nessno con cui uscire per una passeggiata. Tanto più perchè circondata dda amici fino all’anno precedente. Un cambio di scuola può cambiare molte cose. C’è ancora una sensazione che non dimentico. Quella del sabato, quando a 14 anni ti rendi conto che dovresti essere con gli amici.. il sabato. E ti stai annoiando, provi tristezza, un tremore quasi. E vorresti che i tuoi ti proponessero di fare qualcosa, magari accompagnarti in fumetteria o un cinema insieme, ma poi in realtà non lo vorresti perchè ti farebbe sentire ancora più uno sfigato. E rimani sul divano a leggere un libro, perchè i social network nemmeno esistevano.

Tutto dura poco. Alla fine dei 15 anni conosci delle persone. Conosci la Tennents, la testa gira, il cuore è appagato e le emozioni si fanno forti, incazzate col mondo, a volte pure felici.

Però, anche oggi, sono sempre un po’ sfigata e nessuno continua a pensare che io lo sia veramente. Per usare un’immagine da cultura pop, sono una mediocre biondina di big bang theory con una mediocre testolina da nerd, geek, intellettualoide superbo e presuntuoso.

Dio sono passati dieci anni.

In pieno stile manuguerresco, ecco arrivare la tristezza e lo sconforto.
Ho detto anche una bugia ad ayumi per giustificare le mie lacrime di ieri sera. Ma non ce la facevo a farmi vedere triste per il semplice fatto di sentirmi sola.
Il tutto è iniziato questi ultimi due giorni. Una serie di spiacevoli anche se stupidi imprevisti hanno dato il la al pessimo umore pronto a presentarsi come ogni mese all’appello. Che è poi sfociato in strano vittimismo malinconico.
Qui a casa soffro del fatto di non avere internet in camera mia. Purtroppo nel paese della tecnologia (che poi tanto tecnologico non lo è) ayumi non ha messo la wireless in casa. Quindi stiamo con il cavo ethernet ed è sempre un attacca e stacca tra il mio e il suo computer. Solo che da quando sono arrivata qua la prima settimana nella stanza grande c’ha dormito lei, poi ci sono stata io ma perchè lei era fuori Osaka per andare a trovare i parenti e ora c’è di nuovo lei. C’è questo patto che ogni settimana o quasi, si farà (si spera) a cambio di camera, però ancora non ho visto come intende comportarsi lei quando spetterà a me la camera grande. Lei ha tutto in quella camera, io perlomeno gran parte dei vestiti più sportivi o comunque non di lavoro, li ho in un altro armadio. E poi c’è questa famosa questione di internet.. io ho necessità di connettermi soprattutto la sera, perchè in Italia, mentre qui sono le 9 e un quarto, è pomeriggio e fino alla mia mezzanotte è fattibile e comodo sentirsi con chi voglio contattare. Invece qua, tornando lei dal lavoro alle 7 e mezza o nei giorni festivi standosene in camera sua sola o col ragazzo, c’è sta faccenda che io non ho affatto libertà di usare internet proprio nell’orario in cui mi interesserebbe di più.
Insomma le soluzioni sono due. La prima è comprare un altro cavo ethernet magari abbastanza lungo, e trovare il modo di farlo arrivare fino in camera mia con la scocciatura di avere sto filo che a un certo punto ti attraversa la camera, perchè i lavoretti di fissare i cavi al battiscopa non sono il mio forte e buchi a destra e manca non posso farli. La seconda opzione sarebbe fare un salto nel buio e comprare un dispositivo wifi, ovviamente a mie spese perchè l’idea è mia e finchè lei non ne sente la necessità, valle a spiegare che è una cosa utile, che non si può rimanere nella preistoria col cavo, e che bla bla bla. Da quanto ho capito non è che stia messa benissimo a soldi, ed ha molte cose da pagarsi, corsi di qua e corsi di là. Batterle a cassa non mi va, anche se dovrei. Insomma che fare? Senza contare poi che il cavo lo compro in 5 minuti, un buon apparecchio wireless mi comporterebbe invece molto studio in più, perchè nemmeno a casa l’ho mai installato e pure se non mi sembra cosa impossibile, c’è sempre il deterrente “lingua giapponese” a frenarmi: chiedi in giapponese il sistema wifi, spiega al giapponese del negozio, che come tutti i commessi non capirà un mazza, quale centralina o router o come si chiama hai, installa a casa il tutto seguendo istruzioni scritte con kanji incomprensibili, sperimenta la rabbia di aver comprato una ciofeca e di non essere in grado di andare a urlare contro ai commessi perchè tanto non ti capirebbero e in giapponese non sai ancora imprecare… Insomma lo sbattimento in questo secondo caso sarebbe notevole, ma forse si è capito che proprio per il fatto che continuo ad analizzarne i pro e contro, sarei molto propensa alla wireless. Davvero non so che fare, ed ayumi non è il massimo in questo genere di discussioni.
In realtà evito proprio molte discussioni con lei. Ha questa capacità di farmi sentire ignorante. Non credo lo voglia o lo faccia appositamente, è proprio un atteggiamento, un movimento del visto, i suoi gesti.
Poco fa cercavo di dirle che l’esame di inglese (uno di quelli per ottenere le certificazioni) che aveva appena sostenuto, comunque fosse andato, era ormai cosa fatta, passato, andato.. Beh io continuavo a pronunciare It’s gone con la “o” chiusa piuttosto che aperta alla “gaaan” e lei continuava a non capire. Perchè però gli altri mi capiscono? è questo che mi chiedo. Più lei fa così più io non riesco a parlarle. Forse non mi capisce davvero.. forse conosce l’inglese bene, ma non ha quell’abitudine alle diverse pronunce che magari ho io, che di inglesi parlati male ne ho sentiti tanti.. il mio compreso. O forse semplicemente viaggiamo su lunghezze d’onda diverse.. come ho creduto da subito e continuerò a credere. E’ carina con me, ieri mi ha visto piangere anche.. non è stata affettuosa ma a modo suo ha provato a supportarmi. Nonostante la mia tremenda bugia.
Mi sento quasi in colpa per aver raccontato questa bugia per giustificare il mio pianto, ma proprio perchè non mi sento a mio agio con lei totalmente, non me la sentivo di farmi scoprire così indifesa davanti a questi momenti di solitudine.
Inizialmente proprio di questo stavo parlando. Solitudine. Forse è meglio che ritorni su questo argomento, prima di perdermi di nuovo. Vorrei riuscire a spiegarla, forse questo può alleggerirmi il peso che stasrea ho sullo stomaco al posto di quella piacevole emozione di felicità di cui parlavo l’altra volta.
La premessa includeva il racconto del panico provato quando ho scoperto che il caricabatterie del computer non ne voleva più sapere di funzionare. E’ successo giovedì mattina e mi aspettava una giornata molto impegnativa, perchè con Kubo san, una collaboratrice del Consolato, ero stata incaricata di andare a recuperare all’aeroporto del Kansai, la delegazione italiana dei professori e consorti e accolli venuta in Giappone per il workshop. Non sapevo a che ora il tutto sarebbe finito, ma soprattutto quanta forza avrei ancora avuto per compiere la “missione” e andare al grande negozio che di sicuro poteva avere quel che cercavo: farmi 30 minuti di bici ad andare e altre 30 a tornare, affrontare con i poco brillanti commessi il non semplice discorso di aver bisogno di un caricabatterie compatibile col mio computer (che qui in Giappone non è mai arrivato) ma con voltaggio, amperaggio e attacco adatti alla corrente giapponese. Sembra facile ora che lo scrivo. Ma in quel momento mi sembrava una difficoltà insormontabile. Soprattutto perchè era scocciatura mai così carica di responsabilità: senza caricabatteria il computer non avrebbe funzionato, senza computer funzionante io non avrei potuto comunicare. E almeno per un altra intera giornata! il giorno dopo mi aspettava dalle 6.15 (ora della sveglia) a orario indefinito, il workshop delle biotecnologie organizzato in culo ad Osaka e quindi l’ufficio e i suoi computer, ultima speranza di salvezza, non li avrei proprio visti. Insomma il punto è questo: mi sono sentita per la prima volta sola perchè qua non c’è l’amico o tua madre o tuo padre che quando sei stanco ti dà un calcio in culo e ti dice “daje su, st’ultimo sforzo… e poi t’accompagno io”. Qua c’è solo ayumi che chiude la porta quando mangia di là, mentre tutta casa dovrebbe essere condivisa. Ecco insomma.. Quello era il primo sentore che la negatività in arrivo, anche causa ciclo, avrebbe trovato terreno fertile.
Compiuta con fatica ma con successo la missione, lo spiacevole incontro: un ragazzo si accosta con la sua bicicletta alla mia e comincia a bassa voce e ovviamente in giapponese a dirmi qualcosa. Premetto che da quando sono qui ho girato per la città in bicicletta quasi a qualsiasi ora del giorno e della notte e ho potuto constatare che è effettivamente un posto sicuro. Ma ovviamente, visto che la giornata, non era stata già abbastanza snervante, doveva capitarmi pure il moderno giovane alternativo represso che crede di essere un botto figo occidentale se propone alla straniera di farsi fare una sega. Ebbene sì, tra un farfugliamento a bassa voce e l’altro percepisco un “te dake” che vorrebbe dire “solo mano” e là capisco. Al mio “no” netto e  scocciato mi viene pure chiesto di ribadire: “muri?” ovvero “impossibile?”. “Sì MURI brutto testa de cazzo, levate”. Morale della favola: nulla di cui aver paura, ma tanto di cui scocciarsi. Perchè la prima cosa che mi viene in mente è: per quale motivo ci sono ragazze giapponesi che si vestono normalmente come mignotte o in modi assolutamente provocanti (e non dico bugia quando dico che sono tante) ma questo è venuto proprio da me? La cosa mi ha infastidito molto in quanto straniera, devo ammetterlo. Mi è sembrato quasi un luogo comune che diveniva realtà: io ragazza straniera, occidentale, bionda, capelli lunghi e sciolti, magari un po’ più mossi della giapponese tipo, che per forza di cose deve essere di facili costumi e sessualmente a disposizione. Non avrei voluto fare questi ragionamenti, non amo generalizzare, ma devo ammettere che non ho potuto evitarli. E l’episodio ha un po’ cambiato anche il mio modo di girare per le strade: prima sostenevo gli sguardi delle persone, interpretandoli forse più come dettati da curiosità: ai loro occhi posso sembrare una straniera che sta vivendo una normale vita quotidiana in giappone, con la sua bicicletta, la sua borsa da lavoro e tutto il resto, e mi rendo conto che questo anche in grandi città come Osaka non è usuale, soprattutto con straniera donna. Ora invece non amo soffermarmi più di tanto a capire cosa passi per la testa di chi mi guarda. E’ come se da smaliziata avessi acquistato improvvisamente più consapevolezze, e sapere di poter essere vista anche come l’occidentale non gradita, l’occidentale libertina, l’occidentale intraprendente, l’occidentale senza valori, l’occidentale non remissiva, beh questo mi disturba. So che non è così. So che le cose sono cambiate e che bisogna continuare a cambiarle con la gente che invece queste chiusure mentali non le ha. Mi piacerebbe infatti piuttosto ragionare su che tipo di modelli occidentali vengono proposti qua. Cosa arriva in Giappone del nostro mondo a ovest? della nostra europa? dell’america? della russia? hanno percezione delle differenze? Ayumi raccontandole poco fa l’accaduto ha subito azzardato l’ipotesi che il ragazzo potesse avermi confusa con una prostituta russa, però dio mio.. tra una ragazza vestita semplicemente, vestitino nero sobrio, leggins monacali, sciarpetta e giacchetto super abbottonato per il freddo, e una prostituta russa ce ne dovrebbe essere di differenza. Ed è qui che torno a chiedermi se il solo avere questi capelli biondi possa poi fare una differenza tra chi più superficialmente dà giudizi e poi prende “iniziative sgradite”. Comunque tant’è che quella è stata la cieliegina sulla torta di giovedì.
Ieri è iniziato il vero bad mood. Sveglia alle 6 e 15. Ma questa sveglia alle sei ha un suo senso particolarmente negativo se contestualizzata al fatto che tutto questo sbattimento per il lavoro è COMPLETAMENTE GRATIS e che ogni ora in più o extra, è solo un’ora in più levata alla mia vita sociale qui e un’extra di stanchezza. Con questo non voglio dire che non abbia avuto soddisfazione a portare avanti il workshop, e a sbrigare faccende che non mi spettavano e trovare soluzioni a problemi che ad altri sembravano chissà cosa.. Insomma alla fine ogni nuova situazione affrontata, ogni nuova persona conosciuta.. per me rappresenta un grandissimo arricchimento umano e pure professionale. Forse non sarò ambiziosa, ma mi diverte imparare come cavarmela anche in queste situazioni. Però che addirittura c’era il rischio di dovermi pagare da sola il taxi per raggiungere il posto.. eh beh questo no! sì perchè il Suita center fa praticamente parte dell’Università di Osaka e sta molto a nord di Osaka, perlomento della parte che può definirsi la città di Osaka. Ma mi sa che laggiù non è nemmeno comune di Osaka… vabbè non è importante, fatto sta che sto posto era tremendamente lontano e sembrava non vi fossero mezzi che ci evitassero l’ultimo lungo pezzo a piedi. Di conseguenza questo maledetto taxi, che il Ministero degli affari esteri rifiuta da un po’ di tempo a questa parte di pagare ai suoi impiegati, era praticamente necessario. Sorvoliamo su come abbiamo risolto il problema, e passiamo al ritorno che seppur divertente tra una battuta e l’altra con Kubo san, è stato una traversata oceanica: 3 cambi metro e recupero biciletta al consolato. Arrivata a casa oltre ogni orario previsto ero stremata ma decisa a non buttare al cesso il venerdì sera. Connesso il computer trovo un paio di mails di Miho in cui mi si proponeva una birra insieme: non vi dico che felicità pasquale. Non è facile beccare Miho, ha degli orari di lavoro folli e per sua fortuna ha anche una vita fatta di persone, amici, madre e cose da fare. Quindi non potevo che essere contenta che mi avesse proposto di uscire senza troppi complimenti o organizzazioni, tanto più che mi andava di ubriacarmi di birra e chiacchiere più di ogni altra cose. Ma la mia era una felicità effimera e fugace. Le rispondo senza notare l’orario delle sue mail e quindi della sua proposta: primo pomeriggio. Dopo poco ricevo la sua email in cui dispiaciutissima mi avverte che non avendo ricevuto risposta aveva pensato che non potessi nè usare il computer, sapendo del problema della batteria, nè consultare le mail fino al lunedì successivo quando sarei tornata in ufficio. Insomma aveva pensato bene di organizzarsi diversamente e accettare l’invito a casa di un amico. Conclusione: me la so presa amabilmente nel culo a causa di straordinari non pagati. Insomma a un certo punto ieri sono crollata, ero stanca, il ciclo in arrivo, divertimenti sfumati e poca voglia e contatti per mettersi a organizzare qualcos’altro, rabbia, frustrazione per non essere riuscita nonostante mille ricerche a trovare il modo di ottenere un fottuto cellulare, e così via. Sono arrivate le lacrime, e più tardi quando ayumi era già rientrata. Non vi dico che imbarazzo all’inizio, poi mi ha fatto piacere. In fondo sono momenti in cui si diventa più intimi. La cosa che mi è dispiaciuta è stata la bambinata difensiva di inventarmi una brutta balla da raccontarle per nascondere il vero motivo del mio pianticello e del mio pessimo umore. Certo poi ci si è arrivati a toccare certi discorsi sulle proprie debolezze, ma non avrei dovuto mentirle. Ad ogni modo quel che è stato è stato, tenterò di rimediare.
Ora ho sonno, ho scritto tantissimo. Un insipido sabato sera a casa. D’altronde posso pretendere di avere uno stuolo di amici anche qui? e poi comparabili con quelli che ho in Italia? Mai dire mai, ma di certo tre settimane sono pochine. Non ho voluto frequentare qui un corso di giapponese, non ho voluto abitare in un più vivace studentato per non ghettizzarmi, non sono venuta come erasmus nè comunque con l’università alle spalle.. Devo costruirmi tutto qui. Devo partire da zero: dalle abitudini, ai diversi percorsi per arrivare nei posti da me più frequentati, dagli amici alla tintoria di fiducia (che devo trovare!), dal supermercato con i migliori prodotti ai locali di buona musica.. insomma nessuno mi guida ma soprattutto non ho nessuno accanto a me che sta affrontando le mie stesse esperienze. Magari c’è qui ad Osaka un’altra Chiara, di sicuro, magari sudamericana o indiana o che ne so. Ma non è qui accanto a me e non ho occasione di entrarci facilmente in contatto.
Ed è forse questo il fantastico di questa esperienza e al tempo stesso il suo lato talvolta più disperato.

=)

Non avrei potuto iniziare i miei racconti in una serata migliore. E’ presto, sono le 9 e 40, ma sento tutto il peso della giornata sulle spalle stasera. Vorrei andare a letto ma sono troppo pigra per andarmi a lavare, struccare, spogliare.. Ayumi è di là nella stanza grande, da ieri infatti sono tornata nella stanza più piccola della mia casetta di osaka quella con la cucina .. Quante cose sono successe in queste quasi tre settimane di vita in Giappone. Ma non sono volate, al contrario mi sembra un’eternità, ho goduto di ogni istante, anche di quei momenti che volevo passassero in fretta.
E ora tuona e c’è un gran temporale fuori.. In realtà non è un semplice temporale, ma è il mio primo tifone oceanico. Eh sì perchè il Giappone non pago di avere già problemi sismici e tsunamici non si fa mancare nulla e “propone” ai suoi avventori anche pericolosi tifoni e cicloni. Ma questo è speciale perchè è il mio primo tifone. Si chiama Melor. Ciao Melor, vedi di non rompere troppo i coglioni che domani devo arrivare dall’altra parte di Osaka e tornare a piedi.
Sono venuta a Osaka tre settimane fa per iniziare questo stage al Consolato. Decidere di intraprendere questa piccola avvenutura non è stato facile. Soprattutto data la mia T-rexaggine leggi tirchieria, nell’investire e spendere soldi. Avevo paura che venire qui senza una borsa di studio o senza guadagnare lavorando potesse essere rischioso e dispendioso, oltre che ingiusto. Poi grazie alla pazienza e alla tenerezza e comprensione di alcune persone che ho la fortuna di avere nella mia vita sono giunta a pensare che fosse solo ingiusto. Ma che potesse essere anche l’inizio di qualcosa.
Non voglio scrivere un diario, sarebbe noioso avere questo “appuntamento” ogni giorno, noioso e per me impossibile. Non sono una persona brava a organizzare quel che non mi va di organizzare.
Voglio raccontare delle cose, degli episodi che mi sono capitati, mi stanno capitando e capiteranno. Qui in Giappone per queste prime tre settimane mi è sembrato davvero di vivere in un libro o in un manga: ho sperimentato tante cose diverse, persone, situazioni mi è sembrata una vita a episodi in pratica:) quasi come se ogni giornata avesse un titolo eheh
Il risultato almeno per ora è che sono felice. Questa felicità qui non l’avevo mai sperimentata. So che non c’è forse una felicità universale, e so anche tutti i problemi che la gente si fa quando bisogna parlare di felicità.
Però certi momenti in cui le emozioni ti premono nel petto e senti di aver bisogno di un gran bel respiro a pieni polmoni, beh io interpreto quelli come momenti di felicità. E di questo tipo ne ho provati parecchi questi giorni, devo ammetterlo.
Sto vivendo da sola dall’altra parte del mondo per la prima volta nella mia vita e sembra che ce la stia facendo. Ragionandoci su ammetto di provare un po’ di soddisfazione, mentre continuo a godermi le quotidiane conquiste e il superamento di diverse difficoltà o paure che avevo in passato.
La paura che il ragazzo di Ayumi non mi trovasse alla stazione di Umeda il giorno del mio arrivo, la preoccupazione del giudizio di Ayumi e di come ci saremmo trovate a vivere insieme sotto lo stesso tetto per più di quattro mesi, la cacarella del primo giorno di lavoro al consolato (quella solitudine nel silenzio dell’ascensore mentre saliva fino al 31° piano), il panico davanti al primo lavoro assegnatomi dal Console, il grande sforzo di comprendere tutta questa gente intorno a me che in giapponese tenta di spiegarmi la strada, i propri sentimenti e le proprie scelte, gli ingredienti di un piatto tipico, come fare un biglietto della metro, i gusti dei giapponesi in fatto di stagioni, il fatto che io sembri nord europea e non italiana, come si deve dividere e buttare la mondezza, gli orari di chiusura e apertura del supermercato, pointo caado wo motte kimashita?, che i tifoni sono abunai e non vanno presi sotto gamba.. e come se il tifone Melor avesse sentito che parlavo di lui ha fatto fischiare il vento sotto la porta o dalla finestra.
Che sonno stasera. Ayumi e ragazzo stanno facendo il bagno, dopo credo che andrò io. Senza ragazzo purtroppo. Approposito, l’altro ieri mi è capitato di vedere un ragazzo giapponese di una bellezza davvero disarmante.. rincorrerlo sarebbe stato troppo sfrontato e poco “mirko finita la pioggia s’incontra e si scontra con Licia e così…”.
Ho conosciuto tre ragazze però, e ho avuto fortuna perchè con tutte e tre ci siamo trovate. Miho, Taeko, Tomoko. Abbiamo passato serate o pomeriggi divertenti e già questo mi basta.
Miho vabbè sono già innamorata, penso che di lei parlerò molto. L’ultima volta, domenica scorsa praticamente, mi ha invitato all’omatsuri della sua cittadina, ovvero alla tipica festa/fiera giapponese con bancarelle e giochi per bambini (e per Chiara ahah), tipo pesca del pesce rosso e di biglie colorate nonchè “spara ai barattoli”, penso di aver vissuto in un sogno quella sera.
Con Taeko chan sono finalmente andata anche a bere fuori. Ci voleva e mi è sembrata anche una gran bevitrice 😀 è molto cheerful sorridente allegra ed è di Kobe, quindi prossima volta la trasferta la faccio io. Ci si è lasciate con l’idea di concederci un po’ di shopping insieme. Il T-rex che è parte di me verrà messo alla prova.
Tomoko è la più giapponese di tutte, ragazza carina ben vestita capelli perfetti (come tutte le maledetti giapponesi) ma di un affettuoso incredibile e disarmante. Ieri appena incontrata mi sono fatta scrupolo ad abbracciarla: a volte ancora mi faccio condizionare dalla paura e il preconcetto che i giapponesi non amino il contatto fisico. Mi sto ricredendo. Mi sono infatti accorta che salutandoci con gran sorrisi e “konnichi wa, yoroshiku tanto piacere!”, aveva accennato ad un abbraccio e io non ho risposto a dovere. Ma dopo credo di essermi rifatta con qualche pacca sulla spalla eheh.
Sono strani questi giapponesi, ti aspetti una cosa ma fanno sempre l’esatto contrario. Li adoro in queste loro manifestazioni di suprema schizzofrenia.
Questa degli abbracci e del contatto fisico è una cosa che voglio osservare. Ho quasi l’idea che valga tra giapponesi ma non se ci si confronta con uno straniero. E’ come se con te, gaikokujin, biondo essere italico, modello occidentale di ragazza un po’ ad anfora, sia lecito abbracciarsi, perchè i modi occidentali in quel caso sono concessi e anzi necessari per dovere di ospitalità, per tentare di metterti a tuo agio, mentre tra giapponesi non sia ancora pratica diffusa e comunemente accettata.
Una mia collega giapponese, ma moooolto internazionale, soprattutto europea, mi ha detto che le persone che si baciano per strada possono essere o ragazzini particolarmente “sfacciati” (robba di high school) o ubriachi.. ahah. Tocca mbriacasse più spesso qua.
However Tomo chan è interessata all’Italia e all’italiano che studia da due anni. Ci siamo prese un caffè e una torta insieme a Umeda ed è stato divertente quanto utilissimo per la lingua! finalmente ho parlato giapponese per più di un’ora di fila (ovviamente inframmezzando il tutto con l’italiano), perchè lei non conosce quasi per nulla l’inglese come le mie altre conoscenze. Abbiamo potuto dar sfoggio del nostro giappo-italiano migliore eheh Mi è sembrata molto contenta del nostro incontro, verrà a Roma per un mese da ottobre, conto di darle i contatti di alcuni dei miei amici in modo da non farla sentire sola e spaesata:) roma wa osaka yori abunai! Prossimo weekend, cena insieme mentre dopo il suo ritorno, a novembre, si è progettata una gita o Kyoto o dintorni con un suo amico italiano della zona che può farci da guida.
Il sonno avanza, sto davvero per svenire. E si sono fatte le 23.46 tra una doccia e un’abluzione. saluto me stessa abbandono il mondo reale e mi tuffo nelle rielaborazioni di un sogno, sperando siano piacevoli
=)
oyasumi.