In pieno stile manuguerresco, ecco arrivare la tristezza e lo sconforto.
Ho detto anche una bugia ad ayumi per giustificare le mie lacrime di ieri sera. Ma non ce la facevo a farmi vedere triste per il semplice fatto di sentirmi sola.
Il tutto è iniziato questi ultimi due giorni. Una serie di spiacevoli anche se stupidi imprevisti hanno dato il la al pessimo umore pronto a presentarsi come ogni mese all’appello. Che è poi sfociato in strano vittimismo malinconico.
Qui a casa soffro del fatto di non avere internet in camera mia. Purtroppo nel paese della tecnologia (che poi tanto tecnologico non lo è) ayumi non ha messo la wireless in casa. Quindi stiamo con il cavo ethernet ed è sempre un attacca e stacca tra il mio e il suo computer. Solo che da quando sono arrivata qua la prima settimana nella stanza grande c’ha dormito lei, poi ci sono stata io ma perchè lei era fuori Osaka per andare a trovare i parenti e ora c’è di nuovo lei. C’è questo patto che ogni settimana o quasi, si farà (si spera) a cambio di camera, però ancora non ho visto come intende comportarsi lei quando spetterà a me la camera grande. Lei ha tutto in quella camera, io perlomeno gran parte dei vestiti più sportivi o comunque non di lavoro, li ho in un altro armadio. E poi c’è questa famosa questione di internet.. io ho necessità di connettermi soprattutto la sera, perchè in Italia, mentre qui sono le 9 e un quarto, è pomeriggio e fino alla mia mezzanotte è fattibile e comodo sentirsi con chi voglio contattare. Invece qua, tornando lei dal lavoro alle 7 e mezza o nei giorni festivi standosene in camera sua sola o col ragazzo, c’è sta faccenda che io non ho affatto libertà di usare internet proprio nell’orario in cui mi interesserebbe di più.
Insomma le soluzioni sono due. La prima è comprare un altro cavo ethernet magari abbastanza lungo, e trovare il modo di farlo arrivare fino in camera mia con la scocciatura di avere sto filo che a un certo punto ti attraversa la camera, perchè i lavoretti di fissare i cavi al battiscopa non sono il mio forte e buchi a destra e manca non posso farli. La seconda opzione sarebbe fare un salto nel buio e comprare un dispositivo wifi, ovviamente a mie spese perchè l’idea è mia e finchè lei non ne sente la necessità, valle a spiegare che è una cosa utile, che non si può rimanere nella preistoria col cavo, e che bla bla bla. Da quanto ho capito non è che stia messa benissimo a soldi, ed ha molte cose da pagarsi, corsi di qua e corsi di là. Batterle a cassa non mi va, anche se dovrei. Insomma che fare? Senza contare poi che il cavo lo compro in 5 minuti, un buon apparecchio wireless mi comporterebbe invece molto studio in più, perchè nemmeno a casa l’ho mai installato e pure se non mi sembra cosa impossibile, c’è sempre il deterrente “lingua giapponese” a frenarmi: chiedi in giapponese il sistema wifi, spiega al giapponese del negozio, che come tutti i commessi non capirà un mazza, quale centralina o router o come si chiama hai, installa a casa il tutto seguendo istruzioni scritte con kanji incomprensibili, sperimenta la rabbia di aver comprato una ciofeca e di non essere in grado di andare a urlare contro ai commessi perchè tanto non ti capirebbero e in giapponese non sai ancora imprecare… Insomma lo sbattimento in questo secondo caso sarebbe notevole, ma forse si è capito che proprio per il fatto che continuo ad analizzarne i pro e contro, sarei molto propensa alla wireless. Davvero non so che fare, ed ayumi non è il massimo in questo genere di discussioni.
In realtà evito proprio molte discussioni con lei. Ha questa capacità di farmi sentire ignorante. Non credo lo voglia o lo faccia appositamente, è proprio un atteggiamento, un movimento del visto, i suoi gesti.
Poco fa cercavo di dirle che l’esame di inglese (uno di quelli per ottenere le certificazioni) che aveva appena sostenuto, comunque fosse andato, era ormai cosa fatta, passato, andato.. Beh io continuavo a pronunciare It’s gone con la “o” chiusa piuttosto che aperta alla “gaaan” e lei continuava a non capire. Perchè però gli altri mi capiscono? è questo che mi chiedo. Più lei fa così più io non riesco a parlarle. Forse non mi capisce davvero.. forse conosce l’inglese bene, ma non ha quell’abitudine alle diverse pronunce che magari ho io, che di inglesi parlati male ne ho sentiti tanti.. il mio compreso. O forse semplicemente viaggiamo su lunghezze d’onda diverse.. come ho creduto da subito e continuerò a credere. E’ carina con me, ieri mi ha visto piangere anche.. non è stata affettuosa ma a modo suo ha provato a supportarmi. Nonostante la mia tremenda bugia.
Mi sento quasi in colpa per aver raccontato questa bugia per giustificare il mio pianto, ma proprio perchè non mi sento a mio agio con lei totalmente, non me la sentivo di farmi scoprire così indifesa davanti a questi momenti di solitudine.
Inizialmente proprio di questo stavo parlando. Solitudine. Forse è meglio che ritorni su questo argomento, prima di perdermi di nuovo. Vorrei riuscire a spiegarla, forse questo può alleggerirmi il peso che stasrea ho sullo stomaco al posto di quella piacevole emozione di felicità di cui parlavo l’altra volta.
La premessa includeva il racconto del panico provato quando ho scoperto che il caricabatterie del computer non ne voleva più sapere di funzionare. E’ successo giovedì mattina e mi aspettava una giornata molto impegnativa, perchè con Kubo san, una collaboratrice del Consolato, ero stata incaricata di andare a recuperare all’aeroporto del Kansai, la delegazione italiana dei professori e consorti e accolli venuta in Giappone per il workshop. Non sapevo a che ora il tutto sarebbe finito, ma soprattutto quanta forza avrei ancora avuto per compiere la “missione” e andare al grande negozio che di sicuro poteva avere quel che cercavo: farmi 30 minuti di bici ad andare e altre 30 a tornare, affrontare con i poco brillanti commessi il non semplice discorso di aver bisogno di un caricabatterie compatibile col mio computer (che qui in Giappone non è mai arrivato) ma con voltaggio, amperaggio e attacco adatti alla corrente giapponese. Sembra facile ora che lo scrivo. Ma in quel momento mi sembrava una difficoltà insormontabile. Soprattutto perchè era scocciatura mai così carica di responsabilità: senza caricabatteria il computer non avrebbe funzionato, senza computer funzionante io non avrei potuto comunicare. E almeno per un altra intera giornata! il giorno dopo mi aspettava dalle 6.15 (ora della sveglia) a orario indefinito, il workshop delle biotecnologie organizzato in culo ad Osaka e quindi l’ufficio e i suoi computer, ultima speranza di salvezza, non li avrei proprio visti. Insomma il punto è questo: mi sono sentita per la prima volta sola perchè qua non c’è l’amico o tua madre o tuo padre che quando sei stanco ti dà un calcio in culo e ti dice “daje su, st’ultimo sforzo… e poi t’accompagno io”. Qua c’è solo ayumi che chiude la porta quando mangia di là, mentre tutta casa dovrebbe essere condivisa. Ecco insomma.. Quello era il primo sentore che la negatività in arrivo, anche causa ciclo, avrebbe trovato terreno fertile.
Compiuta con fatica ma con successo la missione, lo spiacevole incontro: un ragazzo si accosta con la sua bicicletta alla mia e comincia a bassa voce e ovviamente in giapponese a dirmi qualcosa. Premetto che da quando sono qui ho girato per la città in bicicletta quasi a qualsiasi ora del giorno e della notte e ho potuto constatare che è effettivamente un posto sicuro. Ma ovviamente, visto che la giornata, non era stata già abbastanza snervante, doveva capitarmi pure il moderno giovane alternativo represso che crede di essere un botto figo occidentale se propone alla straniera di farsi fare una sega. Ebbene sì, tra un farfugliamento a bassa voce e l’altro percepisco un “te dake” che vorrebbe dire “solo mano” e là capisco. Al mio “no” netto e  scocciato mi viene pure chiesto di ribadire: “muri?” ovvero “impossibile?”. “Sì MURI brutto testa de cazzo, levate”. Morale della favola: nulla di cui aver paura, ma tanto di cui scocciarsi. Perchè la prima cosa che mi viene in mente è: per quale motivo ci sono ragazze giapponesi che si vestono normalmente come mignotte o in modi assolutamente provocanti (e non dico bugia quando dico che sono tante) ma questo è venuto proprio da me? La cosa mi ha infastidito molto in quanto straniera, devo ammetterlo. Mi è sembrato quasi un luogo comune che diveniva realtà: io ragazza straniera, occidentale, bionda, capelli lunghi e sciolti, magari un po’ più mossi della giapponese tipo, che per forza di cose deve essere di facili costumi e sessualmente a disposizione. Non avrei voluto fare questi ragionamenti, non amo generalizzare, ma devo ammettere che non ho potuto evitarli. E l’episodio ha un po’ cambiato anche il mio modo di girare per le strade: prima sostenevo gli sguardi delle persone, interpretandoli forse più come dettati da curiosità: ai loro occhi posso sembrare una straniera che sta vivendo una normale vita quotidiana in giappone, con la sua bicicletta, la sua borsa da lavoro e tutto il resto, e mi rendo conto che questo anche in grandi città come Osaka non è usuale, soprattutto con straniera donna. Ora invece non amo soffermarmi più di tanto a capire cosa passi per la testa di chi mi guarda. E’ come se da smaliziata avessi acquistato improvvisamente più consapevolezze, e sapere di poter essere vista anche come l’occidentale non gradita, l’occidentale libertina, l’occidentale intraprendente, l’occidentale senza valori, l’occidentale non remissiva, beh questo mi disturba. So che non è così. So che le cose sono cambiate e che bisogna continuare a cambiarle con la gente che invece queste chiusure mentali non le ha. Mi piacerebbe infatti piuttosto ragionare su che tipo di modelli occidentali vengono proposti qua. Cosa arriva in Giappone del nostro mondo a ovest? della nostra europa? dell’america? della russia? hanno percezione delle differenze? Ayumi raccontandole poco fa l’accaduto ha subito azzardato l’ipotesi che il ragazzo potesse avermi confusa con una prostituta russa, però dio mio.. tra una ragazza vestita semplicemente, vestitino nero sobrio, leggins monacali, sciarpetta e giacchetto super abbottonato per il freddo, e una prostituta russa ce ne dovrebbe essere di differenza. Ed è qui che torno a chiedermi se il solo avere questi capelli biondi possa poi fare una differenza tra chi più superficialmente dà giudizi e poi prende “iniziative sgradite”. Comunque tant’è che quella è stata la cieliegina sulla torta di giovedì.
Ieri è iniziato il vero bad mood. Sveglia alle 6 e 15. Ma questa sveglia alle sei ha un suo senso particolarmente negativo se contestualizzata al fatto che tutto questo sbattimento per il lavoro è COMPLETAMENTE GRATIS e che ogni ora in più o extra, è solo un’ora in più levata alla mia vita sociale qui e un’extra di stanchezza. Con questo non voglio dire che non abbia avuto soddisfazione a portare avanti il workshop, e a sbrigare faccende che non mi spettavano e trovare soluzioni a problemi che ad altri sembravano chissà cosa.. Insomma alla fine ogni nuova situazione affrontata, ogni nuova persona conosciuta.. per me rappresenta un grandissimo arricchimento umano e pure professionale. Forse non sarò ambiziosa, ma mi diverte imparare come cavarmela anche in queste situazioni. Però che addirittura c’era il rischio di dovermi pagare da sola il taxi per raggiungere il posto.. eh beh questo no! sì perchè il Suita center fa praticamente parte dell’Università di Osaka e sta molto a nord di Osaka, perlomento della parte che può definirsi la città di Osaka. Ma mi sa che laggiù non è nemmeno comune di Osaka… vabbè non è importante, fatto sta che sto posto era tremendamente lontano e sembrava non vi fossero mezzi che ci evitassero l’ultimo lungo pezzo a piedi. Di conseguenza questo maledetto taxi, che il Ministero degli affari esteri rifiuta da un po’ di tempo a questa parte di pagare ai suoi impiegati, era praticamente necessario. Sorvoliamo su come abbiamo risolto il problema, e passiamo al ritorno che seppur divertente tra una battuta e l’altra con Kubo san, è stato una traversata oceanica: 3 cambi metro e recupero biciletta al consolato. Arrivata a casa oltre ogni orario previsto ero stremata ma decisa a non buttare al cesso il venerdì sera. Connesso il computer trovo un paio di mails di Miho in cui mi si proponeva una birra insieme: non vi dico che felicità pasquale. Non è facile beccare Miho, ha degli orari di lavoro folli e per sua fortuna ha anche una vita fatta di persone, amici, madre e cose da fare. Quindi non potevo che essere contenta che mi avesse proposto di uscire senza troppi complimenti o organizzazioni, tanto più che mi andava di ubriacarmi di birra e chiacchiere più di ogni altra cose. Ma la mia era una felicità effimera e fugace. Le rispondo senza notare l’orario delle sue mail e quindi della sua proposta: primo pomeriggio. Dopo poco ricevo la sua email in cui dispiaciutissima mi avverte che non avendo ricevuto risposta aveva pensato che non potessi nè usare il computer, sapendo del problema della batteria, nè consultare le mail fino al lunedì successivo quando sarei tornata in ufficio. Insomma aveva pensato bene di organizzarsi diversamente e accettare l’invito a casa di un amico. Conclusione: me la so presa amabilmente nel culo a causa di straordinari non pagati. Insomma a un certo punto ieri sono crollata, ero stanca, il ciclo in arrivo, divertimenti sfumati e poca voglia e contatti per mettersi a organizzare qualcos’altro, rabbia, frustrazione per non essere riuscita nonostante mille ricerche a trovare il modo di ottenere un fottuto cellulare, e così via. Sono arrivate le lacrime, e più tardi quando ayumi era già rientrata. Non vi dico che imbarazzo all’inizio, poi mi ha fatto piacere. In fondo sono momenti in cui si diventa più intimi. La cosa che mi è dispiaciuta è stata la bambinata difensiva di inventarmi una brutta balla da raccontarle per nascondere il vero motivo del mio pianticello e del mio pessimo umore. Certo poi ci si è arrivati a toccare certi discorsi sulle proprie debolezze, ma non avrei dovuto mentirle. Ad ogni modo quel che è stato è stato, tenterò di rimediare.
Ora ho sonno, ho scritto tantissimo. Un insipido sabato sera a casa. D’altronde posso pretendere di avere uno stuolo di amici anche qui? e poi comparabili con quelli che ho in Italia? Mai dire mai, ma di certo tre settimane sono pochine. Non ho voluto frequentare qui un corso di giapponese, non ho voluto abitare in un più vivace studentato per non ghettizzarmi, non sono venuta come erasmus nè comunque con l’università alle spalle.. Devo costruirmi tutto qui. Devo partire da zero: dalle abitudini, ai diversi percorsi per arrivare nei posti da me più frequentati, dagli amici alla tintoria di fiducia (che devo trovare!), dal supermercato con i migliori prodotti ai locali di buona musica.. insomma nessuno mi guida ma soprattutto non ho nessuno accanto a me che sta affrontando le mie stesse esperienze. Magari c’è qui ad Osaka un’altra Chiara, di sicuro, magari sudamericana o indiana o che ne so. Ma non è qui accanto a me e non ho occasione di entrarci facilmente in contatto.
Ed è forse questo il fantastico di questa esperienza e al tempo stesso il suo lato talvolta più disperato.

=)

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